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Bilancio della presidenza Trump

Bilancio della presidenza Trump

Bilancio della presidenza Trump

Il direttore del periodico mi chiede di scrivere qualcosa sulla presidenza Trump. Il personaggio è molto fastidioso e quasi lo faccio malvolentieri, ma bisogna riflettere anche e sopratutto su quello che non ci piace e capire perché milioni di persone l’abbiano sostenuto in America e non solo.

Un miliardario evasore fiscale con molti scheletri nell’armadio, perde le ultime elezioni ma raccoglie  75 milioni di voti che certamente non sono tutti di sovranatisti, razzisti, con poche letture  e amanti  delle armi. Bisogna risalire ad una globalizzazione utile nei principi ma squilibrata, tutta a favore delle grandi aziende che hanno delocalizzato la mano d’opera soprattutto in Asia e poi investito gli utili nella finanza piuttosto che in attività con immediato riscontro occupazionale. Il risultato  immediato è la perdita di tanti posti di lavoro a Detroit, Chicago e in tutti i grandi stati industriali del nord est. La crisi morde e impoverisce milioni di persone. La fine inevitabile del ciclo del carbone e soprattutto le nuove tecnologie  fanno sparire i vecchi mestieri e le vecchie certezze. Le nuove aziende iper tecnologiche distribuite nelle due coste ed in particolare in California,  hanno fatturati stratosferici e creano poco lavoro, tranne quello nei servizi, precario e mal pagato.
In questo contesto nel 2016 viene eletto Donald Trump il quale promette di mettere indietro l’orologio della storica a cominciare dal riutilizzo del carbone e dal ritorno del manifatturiero. Si creano due società: quella avanzata delle università, dell’informatica dei centri cittadini e quella dei piccoli stati del West e delle periferie lontane da New York e da Los Angeles. Trump li rappresenta furbescamente dandogli una vernice ideologica fatta di razzismo, suprematismo bianco, rancore esasperato per le élite, i diversi e i neri. Sino ad un certo punto le cose sembra che vadano bene, quando arriva la pandemia. Il negazionismo è anche sanitario, la mascherina è pressoché bandita, di distanziamento non ne parliamo, in breve il paese più ricco al mondo, il più avanzato supera la cifra di 400.000 morti. Alle elezioni presidenziali vince Joe Biden con 81 milioni di voti. Sembra tutto chiaro invece viene inculcato a milioni di americani che Trump ha vinto e che la vittoria è stata rubata. Iniziano i ricorsi legali con uno stuolo di avvocati capitanati da un improbabile Rudolph Giuliani. Tutti i tribunali interpellati danno torto ai richiedenti, sembra tutto finito, ed invece no. Accade qualcosa di impensabile: l’assalto a Capital Hill: un’orda di barbari spinti dal presidente e armati fino ai denti mette a ferro e fuoco il Congresso con la complicità di una parte delle forze dell’ordine provocando morti e feriti e soprattutto un discredito allo Stato senza precedenti. L’era Trump finisce nel disonore, con minacce di un ritorno per galvanizzare i suoi ancora numerosi sostenitori. Adesso inizia l’era Biden, dalle sue parole inclusive, solidali, civili emerge un’altra storia. Lo speriamo per l’America e per tutti noi.

Carlo Di Paola

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